Recensione (AllMyFriendzAre)DEAD – Wonders from the Grave su Radio Bombay Magazine

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Il rock è morto, e sepolto. Questo mantra lo ripetiamo ormai da anni, convinti che tutto sia già stato detto e fatto, e che i gruppi nati nel nuovo millennio vivano in quella che Simon Reynolds (uno tra i più importanti critici musicali britannici) chiama retromania, ossia una sorta di ossessione per il passato che condanna i suddetti gruppi a “scimmiottare” i suoni che furono.
Ma in fondo, cos’è il rock? Forse un modo di vivere, di suonare, una moda, un’attitudine? Beh, se si tratta di un’attitudine, forse il rock non è poi così morto come sembra. Altrimenti non riusciremmo a comprendere il senso e l’attualità dei dodici brani che compongono questo “Wonders from the grave”, terzo album dei calabresi (Allmyfriendzare)DEAD.

“Attitudine rock” è appunto la parola chiave di questo disco e, probabilmente, dell’intera produzione musicale di questo gruppo. Perché l’aria che si respira qua dentro è la stessa che si potrebbe respirare in un disco, diciamo, dei Motorhead (ripeto, parlo di attitudine). 42 minuti scarsi di sanguigno, ortodosso, genuino, onesto rock n’ roll.
Dal garage dissonante del singolo “Do you believe it?” alla sincopata ed inaspettatamente tom-morelliana “Jackie Treehorn”, passando per l’oscura “Belzeboobs”, la ballata blues “A killer also known as God” e l’omaggio ai Dead Kennedys “Too drunk to fuck”.
Delle atmosfere tarantiniane, che hanno da sempre contraddistinto il suono dei reggini, è rimasto poco (l’incipit di “Shake my sheep” ed “Hello Spanking”); difatti questo è l’album meno “pulp” della loro, seppur piccola, discografia.

Non si sa se il rock sia morto davvero. Di sicuro gli (Allmyfriendzare)DEAD sono uno dei pochi gruppi che, al giorno d’oggi, possono vantare il fatto di suonare rock senza cadere nella retromania e di avere il pregio di non somigliare a nient’altro che a se stessi.

 

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