Recensione Dripping Sin – Crimson Lies su Heart of Glass

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Se fosse stato solo trash-metal, probabilmente sarebbe passato inosservato, o meglio si sarebbe attestato in quella lunga lista di band e di pubblico di genere; invece Crimson Lies (secondo ep per i  Dripping Sin) è un lavoro che si guarda attorno, ed attinge dallo stoner la cupezza come prosieguo di un percorso metal più accorto, e dall’hardcore la velocità che in alcuni passaggi sembra che venga tanto naturale alla band.
Fuorvianti teschietti di copertina a parte, il disco è potente ed efficacie nell’evoluzione delle quattro tracce, che non amano dilungarsi in soluzioni ovvie o in virtuosismi buttati là come una consuetudine dovuta; i Dripping Sin esplorano il terreno con circospezione (l’esordio trash di Sorceres of Evil del 2014 non lasciava spazio a nessuna storpiatura), cercando di inserire progressivamente solo elementi utili alla loro musica, senza quindi snaturarla o forzarla. I quattro ragazzi originari di Catanzaro, ci mettono passione, a tratti ferocia, costruendo muri sonori impenetrabili, nel quale sono distinguibili e nitide le peculiarità che la band vuole far risaltare. Wish (I was dead in my sleep) apre cupo ed allo stesso tempo veloce, la voce ed il basso di Giando Sestito graffiano un brano d’assalto, ma che nel suo prosieguo sa cambiare pelle, le chitarre di Tommaso Mellace e Gianmarco Marcello duellano a suon di riff e assolo dal timbro rock ‘n’ roll che ben s’inseriscono nel tessuto sonoro, tenuto sempre iperattivo grazie alle percussioni fumanti di Vincenzo Raynal. Il primo brano convince e mostra una certa abilità nel mescolare generi all’antitesi tra loro; il segreto sembra essere quello di tenere sempre alto il ritmo, giocando con i volumi e le distorsioni: anche Bad News si concede qualche pausa rockeggiante, mentre tutt’attorno le atmosfere si fanno pesanti e pressanti, condensando tutta l’energia nel formato punk canonico dei due minuti e spiccioli.
La seconda parte dell’ep invece riprende il discorso trash-metal, rallentandone in certi momenti i tempi ma senza che la faccenda risulti forzata. Il cantato lancia slogan che sembrano piccole istantanee di vita, non c’è bisogno di troppi ricami o di troppe spiegazioni, perché spesso è l’emozione che la musica stessa genera a completare e colorare di enfasi i versi. Beerocracy suona come l’inno di tribù, che esordisce piano e con circospezione in uno stoner ruvido, per virare rapidamente in cambi di tempo forsennati verso l’amato trash. Particolarmente interessante l’intramezzo strumentale che r
icalca le lente atmosfere dell’inizio, aprendo le ali verso una sperimentazione istintiva a cui piace giocare con la manopola del volume. A.L.C. Till Death chiude i giochi con un ultimo singulto metallaro e mettendo da parte ogni altra soluzione, la tensione tocca così i vertici nella solita montagna russa di ritmi e cambi di tempo, senza che ci siano mai segnali d’indecisione.
Crimson Lies è forse un disco di formazione per i Dripping Sin, poiché li mette dinanzi a nuove soluzioni che esulano un po’ dall’amato storico trash U.S.A, portando così la band a confrontarsi con un percorso musicale che può dare soddisfazioni notevoli ed aprire ad un pubblico leggermente diverso, con il rischio (forse calcolato) di vedere lo zoccolo metallaro più intransigente storcere il naso. Eppure c’è tanto coraggio, una volontà encomiabile, e soprattutto il buon orecchio di non stravolgere mai quello che scorre nelle vene dei Dripping Sin.

 

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