Recensione Fall Of Minerva – Portraits su RockGarage

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Ascoltare questo debut dei Fall Of Minerva è come trovarsi al ristorante davanti ad una di quelle strane pietanze di cucina fusion che ogni tanto non si può fare a meno di ordinare nonostante gli abbinamenti stravaganti di certi ingredienti convincano poco. Loro stessi si definiscono “una boccata d’aria fresca” e per la verità non si può eccepire visto che questi vicentini propongono un crossover tra timbriche e sonorità hardcore e partiture ed atmosfere tipicamente ambient. Proprio come l’accostamento di gusti dolci e acidi questa è una scelta che potrebbe sembrare azzardata e che effettivamente in molti momenti sorprende e lascia spiazzati. I sapori in questo Portraits dunque possono piacere o non piacere, anzi io azzarderei che si amano o si odiano, ma di sicuro mostrano personalità e innovazione che, in un mercato sempre più ingolfato, vanno sicuramente premiate. Le abilità tecniche per confezionare un prodotto valido ci sono tutte quindi il discorso si riduce al gusto soggettivo di ognuno a cui i membri del gruppo, di cui stranamente conosciamo i nomi ma non i cognomi, si devono affidare per costruire il loro primo zoccolo di fan.

Ma torniamo al discorso sulla tecnica: in questo album è presente, senza strafare, ma non ci sono assoli da primato velocistico o virtuosismi ultra-complessi quindi la bontà dei musicisti va misurata soprattutto sulle doti compositive che, come detto, devono spaziare in ambiti anche molto diversi. Tanto di cappello dunque a chi ha saputo scrivere con un certo gusto raffinato le parti melodiche più intimiste e cadenzate, mettendo però al contempo grinta e brutalità in quelle più tirate. Mi rendo conto che rendere efficacemente a parole un lavoro di così difficile assimilazione sia complicato quanto descrivere il gusto della portata fusion di cui sopra. In mancanza di un genere di riferimento, ma dovendo comunque dare delle coordinate che aiutino ad inquadrare la musica di questo lavoro, la descriverei sofferente, ostica, malinconica, rabbiosa, allucinata e visionaria. E mi fermo qui, ma spero di aver suscitato la curiosità di provare questo piatto che, buono o cattivo che sia, merita un assaggio quanto meno per il coraggio che questi ragazzi mettono in campo nel proporre tanta originalità. Gli amanti delle avanguardie si leccheranno i baffi, i metallari più classici storceranno il naso ma nessuno potrà negare la validità di questo debutto.

Quindi direttamente sul Cucchiaio d’Argento o c’è qualcosa non va? Beh, intanto la presentazione del piatto avrebbe potuto essere migliore. Il mixaggio è buono anche se c’è molto dislivello nei volumi di certe parti e questo obbliga a sentire l’intero lavoro forzando un po’ la mano sulla manopola dello stereo per non perdere le sfumature più fini nei tratti più pacati. La produzione invece avrebbe potuto dare qualcosa di più ad alcuni suoni, soprattutto di batteria, che in certi momenti non finiscono di convincere. Poco male. Grave invece la mancanza di un sito internet perché per una band che si prende, anche a ragione, così sul serio una paginetta facebook e una su bandcamp sono davvero troppo poco tanto da dare l’impressione che questo progetto sia poco più di un tentativo fatto da ragazzini mentre, vi assicuro, dietro c’è molto, molto di più. Attendiamo di vedere il prossimo album su una guida del Gambero Rosso.

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