Recensione selvə – eléo su Metalitalia

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Giunti al secondo album, i Selva svoltano verso il lato più torbido e amaro del loro “post” black metal/screamo. Dopo il validissimo esordio “Life Habitual”, gli animi della band lombarda si sono evidentemente induriti: se la circolarità di certi riff e la crudezza delle voci rimangono di estrazione screamo, tutti gli altri elementi della proposta sembrano avere acquistato di acidità e spessore, svelando un intento lisergico. “Eléo” si presta meno alla melodia e all’interazione fra generi, in favore di un approccio maggiormente austero e oscuro, che mette più che mai in risalto la componente (black) metal, spesso sorretta da una batteria che scandisce pattern aridi e tesissimi. Avevamo molto apprezzato il debut, un lavoro colmo di non-ballate incalzanti e dolciastre, nelle quali influenze di La Quiete, Raein e Deafheaven venivano distillate tramite un aggraziato gusto melodico; la nuova opera prova invece a  cercare soluzioni più aggressive, finendo alla lunga per risultare meno singolare e dinamica. Tutto sommato, durante l’ascolto non si stenta a riconoscere il gruppo: la registrazione live ben si addice ai ragazzi e un episodio come “Alma” – spezzato e rilanciato ottimamente dagli archi dell’ospite Nicola Manzan (Bologna Violenta) – non manca di dare di nuovo lustro a certe formule che avevamo trovato e gradito su “Life Habitual”, oltre a ribadire la notevole organicità del loro songwriting. Tuttavia, nel complesso “Eléo” dà l’idea di mancare un po’ di quella spinta, di quella passionalità e di quella euforia che un paio di anni fa animava i Selva. L’umore del trio è cambiato, oggi i pensieri dei Nostri sembrano più che mai sinistri e il risultato è un album disperato, ma anche un po’ troppo rigido, che a tratti – proprio come certe uscite di realtà affini come Rorcal o Celeste – fatica ad imprimersi del tutto nella mente.

 

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